Tre temi sono destinati a dominare il dibattito ed il confronto politico a livello europeo e nazionale. Si tratta dei temi della creazione del governo dell’euro; quello della tutela della sicurezza interna; quello della sicurezza internazionale.

 

I. Il primo tema è da tempo all’ordine del giorno, ma la decisione del Governo Cameron di indire un referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione ha de facto fissato delle scadenze temporali (2016-2017) entro le quali elaborare ed attivare delle modifiche ai trattati. Modifiche necessarie non tanto e non solo per definire i termini di una Brexit/Brexin, ma piuttosto per stabilire il nuovo quadro istituzionale della coesistenza di due cerchi: quello dei paesi che vorranno procedere sulla strada dell’unione fiscale, economica e politica; e quello dei paesi, in primo luogo della Gran Bretagna, disposti a condividere solo le regole del mercato unico.

II. Il secondo tema, quello della sicurezza interna, emerso in tutta la sua complessità e gravità nella gestione dei flussi migratori e, in modo drammatico, con le stragi di Parigi, riguarda sia la definizione di una vera politica europea in questi settori, sia quella della governabilità dell’euro e della sua economia. Non c’è sviluppo senza fiducia; non c’è fiducia senza sicurezza. Come ha detto il Presidente della Commissione europea Juncker, non avrebbe senso una moneta unica se non si completasse o addirittura fallisse Schengen. Lo stretto legame tra questi due aspetti è del resto stato sancito dallo stesso trattato di Lisbona che, abolendo la 'struttura a pilastri' della legislazione dell'UE, ha fatto sì che le materie che precedentemente ricadevano sotto la disciplina del terzo pilastro, quali la cooperazione giudiziaria in materia penale e la cooperazione di polizia, venissero disciplinate dallo stesso tipo di norme applicabili alle materie del mercato unico.

Nell’immediato, l’espansione delle attività terroristiche dentro i confini europei richiede pertanto l’attuazione di progetti di medio e di lungo termine tesi a migliorare le condizioni di sicurezza interna e a definire il ruolo europeo  nello scacchiere geopolitico. E ciò implica prima di tutto investire nel “controllo” del  territorio europeo con politiche europee (si veda in proposito la risoluzione adottata dall’ultimo Comitato federale dell’UEF a Venezia).

Ripristinare i confini nazionali, come reclamano i movimenti nazionalisti ed euroscettici, non garantirebbe certo maggiore sicurezza in un territorio sempre più interconessso su scala continentale come quello europeo. Invocare l’attenuazione delle regole europee sul controllo dei bilanci nazionali per far fronte alle sfide della sicurezza interna con politiche nazionali non aumenterebbe né la sicurezza militare né quella finanziaria.

III. Per quanto riguarda il terzo tema, quello della sicurezza internazionale, sono evidenti le prove di impotenza fornite dagli europei nel gestire divisi e solo sulla base di una cooperazione e di un coordinamento su base volontaria le crisi in Africa, Medio oriente e in Europa orientale. Ma è purtroppo tuttora evidente l’assenza sia di livelli di integrazione paragonabili a quelli già raggiunti sul terreno monetario ed economico e della sicurezza interna, sia della volontà degli Stati di rinunciare d’emblée alla sovranità militare. In effetti, in questo campo, il trattato di Lisbona non ha avuto alcun impatto evolutivo sul processo decisionale in materia di politica estera e di difesa. I ruoli predominanti del Consiglio europeo e del Consiglio dell'UE sono stati mantenuti, insieme al principio dell’unanimità nei passaggi chiave. Avanzamenti nella sfera della sicurezza e della politica estera, almeno sul terreno di una più stretta cooperazione, restano pertanto credibili solo nella misura in cui gli europei si dimostreranno capaci di avanzare davvero sul terreno della sicurezza interna ed economico-finanziaria, cioè laddove l’integrazione è più avanzata.

La necessità di cambiare i Trattati e di sciogliere il nodo della sovranità - Bisogna collegare la realizzazione dell’unione fiscale ed economica ed il perseguimento della sicurezza interna ad atti coerenti con gli obiettivi che molti leaders politici e rappresentanti delle istituzioni dicono di voler perseguire. Atti che finalmente vadano nel senso del superamento della sovranità nazionale per quanto riguarda sia gli strumenti di governo, sia del controllo democratico. Un passo questo che evidentemente non può essere compiuto senza cambiare i Trattati, come si sta incominciando a discutere nel Parlamento europeo, sulla base di un’iniziativa che Guy Verhofstadt ha pubblicamente annunciato il 12 ottobre scorso a Bruxelles quando ha messo in evidenza che:

-                i limiti del Trattato di Lisbona sono diventati palesi per quanto riguarda il governo dell’Eurozona, la gestione dell’emergenza rifugiati e l’affermazioe dell’Unione europea come soggetto capace d’agire sul piano internazionale;

-                le crisi economiche e finanziarie hanno accentuato il trend dell’Unione verso la disunione la disgregazione;

-                la frammentazione dell’area Schengen costituisce una minaccia alla tenuta di un vero mercato interno e non contribuisce a garantire la sicurezza, la giustizia e la libertà di movimento.

Occorre in definitiva porre fine all’Europa à la carte, che conduce alla disgregazione dell’Europa, e affrontare seriamente la questione della creazione di un governo democratico dell’euro, andando oltre il metodo comunitario per affermare nei fatti quello federale.

L’azione federalista - Dei quattro punti indicati dal Primo Ministro Cameron sulla rinegoziazione dei trattati europei, quello relativo alla necessità e all’interesse anche per il governo di Londra di realizzare una “ever closer union” per l’eurozona senza la Gran Bretagna, costituisce il vero nodo istituzionale da sciogliere. Un nodo che deve e può essere sciolto solo dai paesi dell’eurozona, definendo al più presto la strategia per modificare i trattati per promuovere il consolidamento dell’unione monetaria in una effettiva unione fiscale, economica e politica, e fissando il quadro giuridico istituzionale di una Unione a due cerchi.

Il dibattito ed il confronto in seno al Parlamento europeo e tra governi ed istituzioni nazionali ed europee su questo tema dovranno fornire una risposta concreta a queste esigenze. Contemporaneamente bisognerà sfruttare al meglio i prossimi mesi per coagulare il più largo consenso possibile tra i governi, i parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo, su una modifica dei trattati che instauri un sistema di governo federale per l’economia e la sicurezza interna.

E’ su questo terreno che i federalisti possono contribuire a tenere e promuovere sul campo gli obiettivi politici strategici indispensabili per realizzare l’unione federale; e a trasferirli progressivamente dal campo delle rivendicazioni a quello del dominio della decisione politica (con la propaganda, la pressione sull’opinione pubblica e sulla classe politica).

Sviluppare la Campagna per la federazione europea con gli strumenti che abbiamo a disposizione è una priorità morale oltre che politica ed organizzativa per chi vuol contribuire a per fare l’Europa in questo momento storico. Il fatto che questa consapevolezza sia sempre più condivisa anche a livello europeo dagli organi dell’Unione europea dei federalisti, come dimostrano il dibattito ed i documenti approvati nell’ultimo Comitato federale a Venezia il 28-29 novembre scorso, costituisce una incoraggiante premessa per l’azione nel 2016.

Franco Spoltore

Articolo pubblicato su L'Unità europea, novembre-dicembre 2015